Ambrogio Zaffaroni - LA BATTERIA INVISIBILE

Tutto il resto del baraccone, camion delle munizioni compresi, è con me in posizione d'attesa, mascherato in un bosco a circa dieci chilometri di distanza dallo schieramento che dovremo assumere. Siamo in silenzio radio. Sono teso come una corda di violino. So che l'ordine di muovere sta per arrivare ma sono sereno: è tutto pronto, la gente sa perfettamente quello che deve fare. Piove da un paio di giorni e l'umidità scende sempre più nelle ossa degli Artiglieri. Alle 19.00 arriva il nostro ufficiale di collegamento presso il Fire Direction Center della Force Artillery. È il più anziano ed esperto di tutti noi. Per me, alla linea pezzi, è un punto di riferimento costante. Per gli abitanti di un importante comune piemontese sarà, anni dopo, un sindaco stimato. <<È cambiato tutto>>, mi dice senza cerimonie. Tre ore di tempo... Lo schieramento che abbiamo preparato nei giorni precedenti è perfetto. Ben protetto dalla osservazione e dal fuoco "nemico", terreno solido, nessun rischio di impantanarsi.
Ma adesso non serve più! Da lì non riesco a far fronte alle richieste di copertura senza cadere in bocca all'osservazione "nemica" e al fuoco di controbatteria. Tre ore di tempo, e comincia a fare buio. Chiamo i comandanti di sezione e i capipezzo a rapporto. Spiego la situazione. Dico che riceveranno ordini per assumere il nuovo schieramento tramite il motociclista, poi parto con il nucleo "Ricognizione". Arrivo e studio quei sette o otto ettari di terra danese per l'ennesima volta. A parte la valletta che avevamo già preparato per schierare gli obici non c'è un pezzo di terra che offra copertura. Solo campi e cascine sparse in un lago di fango. Ho poco tempo. La batteria deve potersi schierare, nel modo migliore, come sempre.
Nonostante il freddo sudo. E come me sudano anche i miei uomini. I nostri vecchi non avrebbero avuto dubbi. Per supportare le prime linee e garantire un minimo di sopravvivenza alla batteria avrebbero occupato cascine, aie, silos. La guerra li avrebbe costretti a farlo. Però, in fondo, noi stiamo addestrandoci proprio per questo. E lo stiamo facendo a beneficio di questa gente.
Vado a bussare alla porta di una cascina. Mi apre una specie di vichingo cinquanta chili più pesante di me. Gli spiego chi siamo e cosa facciamo. In un inglese approssimativo mi dice che lo sa, che tutti nel circondario lo sanno, poi mi dà una pacca sulla spalla che ricorderò a vita e mi invita ad entrare in casa con il mio radiofonista. Siamo bagnati fradici. Una donna grossa come lui arriva con una nidiata di bambini tutti biondo cenere. Lo ringrazio ma non ho tempo. Gli dico cosa mi serve e se può parlare con i suoi vicini. Il vichingo guarda la moglie, è preoccupato. Mi chiede quanto tempo. Rispondo un giorno, forse due. A quel punto mi fa una domanda che mi lascia di sasso, vuole sapere se ci disturbano o se possono continuare a rimanere in casa "loro" e a lavorare nei "loro" campi. La batteria arriva verso l'una di notte. Non piove più però sta scendendo la nebbia. I camion si muovono con le luci da guerra blu accese e i motori al minimo. I capipezzo fanno strada a piedi. Dal tetto della mia macchina vedo il puntino rosso delle loro torce oscurate e la luce verde del goniometro in alto, sopra la cisterna dell'acqua. Mi avvicino agli uomini del pezzo base, il 3°, quello che per primo deve essere pronto ad aprire il fuoco. Hanno sganciato l'obice dal camion e stanno arrancando per spingerlo in posizione. Il capopezzo è un sergente siciliano con le mani grosse come vanghe. Mi guarda scuotendo la testa. Gronda sudore sotto l'elmetto. Non è sicuro di riuscire a trascinare quei 1.200 chili di ferro dove voglio che vadano, dentro il capanno degli attrezzi, con la bocca da fuoco che fuoriesce dal finestrone centrale, puntata a Nord-Est. Mi metto anch'io a spingere. Metro dopo metro il 105/14 arriva in posizione. Poi tocca agli altri pezzi, sempre a mano, nel silenzio rotto solo dal rumore sordo delle pesanti code che si aprono. Torno verso il posto comando. Il ronzio soffocato del gruppo elettrogeno che lo alimenta mi guida nel buio. Apro il portone del granaio che il vichingo mi ha messo a disposizione. L'ufficiale al tiro è riuscito a infilarci tutto, camion compreso, nel più assoluto silenzio. È un ragazzo in gamba. Molto in gamba. Non per niente diventerà quello che è oggi: uno degli uomini più importanti della finanza italiana. Qualche minuto dopo arrivano i comandanti di sezione. <>, mi dicono. Sono più o meno le due di notte. Un'ottantina di uomini, 6 obici, una decina di camion leggeri e sette da 4 tonnellate, nascosti all'interno di granai, silos, o tra le siepi dei giardini. E i 105/14 sono tutti in grado di assolvere al compito che ci è stato assegnato. Alle 07.00 la nebbia inizia a diradarsi. Sento il rumore di un elicottero. È il Comandante della Force Artillery. Ci gira sopra la testa per qualche minuto, poi il Gazelle atterra nelle stoppie. Il colonnello scende, si guarda intorno. Dal granaio del posto comando lo vedo controllare la sua carta. È convinto che la batteria non sia dove deve essere. È invece c'è, solo che non si vede. Si muove in direzione della cascina alla sua sinistra e finisce dritto nella buca della mitragliatrice della difesa vicina. Rimane di stucco. Specie quando il comandante della difesa vicina gli offre un pezzo di torta di mele preparata nella notte dalla padrona di casa. Tenemmo quello schieramento per due giorni. E da quella posizione continuammo ad assicurare copertura agli Alpini e agli inglesi che sostenevano l'urto iniziale delle compagnie danesi "nemiche", senza che i loro osservatori riuscissero a beccarci. Forse in una guerra vera non ce l'avremmo fatta a reggere lo schieramento tanto a lungo, ma protetti come eravamo avremmo subito perdite minime. Alla fine del secondo giorno di "guerra" rischiavamo di rimanere isolati davanti alle nostre prime linee in ripiegamento, per cui dovemmo sparire in fretta e in silenzio, così come eravamo arrivati. Ma per altri due giorni gli artiglieri continuarono a mangiare le torte di mele cucinate dalle donne di quel villaggio danese letteralmente occupato, di notte, nella nebbia, con i bambini che ci guardavano dalle finestre buie con gli occhi spalancati.
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