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Articolo Corriere della Sera 24 settembre 1983

COPENAGHEN
 
Stamane all’alba è scattata la controffensiva con cui le forze della NATO respingono - come sempre avviene in
queste esercitazioni per quanto condotte a gioco libero – il nemico che ha invaso le grande isola danese di
Zelanda.
I tre battaglioni della Forza Mobile (uno di lussemburghesi, uno del gruppo tattico italiano “Susa”, uno dei parà
britannici) aprono la controffensiva occupando i primi 2 obiettivi e lasciando così spazio per manovrare alla prima
brigata danese Sjaelland.
Questa concluderà nel pomeriggio l’operazione facendo arretrare il nemico arancione fino quasi al mare. E qui
avrà termine l’operazione Ample Express.
Le forze avversarie – commandos anglo-olandesi, una brigata meccanizzata danese, una compagnia dei Green
Howards su sedici cingolati – erano penetrate all’interno dal momento dello sbarco fino a ieri per 40 chilometri,
raggiungendo le linee del fiume Susa, omonimo dell gruppo tattico italiano che costituisce il centro dello
schieramento azzurro.
L’ultima unità della forza mobile a ripiegare era stata la 40ma batteria da montagna del “Pinerolo” che, col
battaglione “Susa”, la compagnia controcarri e un plotone Genio della Brigata Alpina Taurinense e 4
elicotteri AB205 e 206, formano il gruppo tattico, in totale oltre 1.000 uomini comandati dal tenente
colonnello Boriero.
Stavamo visitando la batteria, mascherata talmente bene che i giudici la dichiravano intatta da 24 ore
nonostante fosse molto avanti quando è arrivato l’ordine di ripiegare. In 32’ gli artiglieri hanno tolto le reti
mimetiche e i congegni di puntamento , allestito per il traino e agganciato agli autocarri i 6 obici Oto-
Melara da 105/14.
Intanto per tutto il giorno alpini e Green Howards si contendevano un ponte sul fiume Susa, molto simile al
Lambro. Prima gli italiani non sono riusciti a far saltare il viadotto perché il filo elettrico dell’accenditore delle
cariche predisposto dalla guardia nazionale danese era stato tagliato da qualcuno. Poi gli esploratori del
complesso controcarro Taurinense sono saltati su 2 barchette trovate sulla riva e hanno varcato il fiume,
sgominando una squadra di Green Howards con petardi e colpi a salve. Così hanno potuto far saltare il ponte.
In serata gli inglesi con i mortai leggeri da 51 mm. Hanno messo fuori gioco per un’ora (tale il verdetto dei giudici di
campo) sei alpini che prima di “morire” sono però riusciti a distruggere un carro Walker Bulldog che appoggiava i
britannici.
I cannoni senza rinculo e i missili italiani hanno colpito una decina di carri avversari . Ma l’inferiorità numerica degli
azzurri impediva a questi di contrattaccare. Più volte il fantasma della guerra chimica, di cui poco si parla perché si
è distratti dalla minaccia nucleare, ha percorso il campo di battaglia.
Lo scenario NATO prevede infatti che alla superiorità numerica sovietica in armi convenzionali l’Alleanza risponda
con le atomiche tattiche, le quali una volta perso da tutti ogni senso della misura, consentirebbero una reazione
con armi chimiche dei sovietici, in questo campo assai superiori agli occidentali.
A che servono queste manovre? In un momento di guerra fredda come questo a scoraggiare l’URSS che dal 1979
ha chiesto che il Baltico fosse chiuso come il Mar Nero per tenere lontane le navi spia americane che sorvegliano
le manovre anfibie del Patto di Varsavia.
All’esercito italiano che giusto da vent’anni partecipa alla Forza Mobile sempre col gruppo tattico “Susa” queste
esercitazioni servono per addestrare un’unità di pronto intervento e a sperimentare nuovi mezzi, dagli stivali artici
per la Norvegia alle quattro autoblindo porta truppe FIAT 6614 portate qui dal Savoia cavalleria. Si collaudano
inoltre nuovi criteri di impiego in base alla teoria della versatilità, che prevede di utilizzare gli alpini non solo in
montagna ma anche agli sbocchi delle valli della pianura padana, una dottrina che viene portata avanti con molta
decisione dal generale Poli, comandante del 4° Corp o d’Armata Alpino, contro le resistenze dei tradizionalisti che
temono si perda così la “alpinità”.
Gianfranco Simone
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