Daniele Bernabei - La 40: l'orgoglio di "esserci stati"


Ebbene, il merito della "40" è stato forse quello di aver preso questi "ragazzotti" e di averli accompagnati nella loro crescita adulta.
Parlare della "40" significa parlare della costruzione di un gruppo: compatto, solidale e rispettoso. E molto preparato. Aldilà dell'alto livello di addestramento, in quei "pochi" giorni si è imparato infatti a restare uniti, dividendo le tante fatiche e gioie, aiutandosi a vicenda: nessuno è rimasto indietro, da solo.
E l'orgoglio di averne fatto parte non ci abbandonerà più. Non per tutti sarà così, ovviamente. Ma per molti, moltissimi, sì.
Sentimenti cresciuti man a mano che "l'avventura" nella "40 BTY" procedeva.
Non è che si arrivasse a varcare il portone della caserma di Rivoli e, come uno "stargate", ci si ritrovasse in un mondo nuovo; anzi.
L'arrivo nella "40" è, in fin dei conti, uguale a tanti altri arrivi in tante altre caserme.
Io, nel luglio del 1982, arrivavo da Susa e all'ingresso nella camerata autisti, la cosa che mi colpì era la lucentezza delle piastrelle del pavimento: piccoli mattoncini rossi di cotto che quasi brillavano. E il mio primo pensiero fu: "Poveri noi (ultimi arrivati) che dovremo tenerle così pulite".
Nulla, insomma, lasciava presagire la nascita di quel forte senso di appartenenza, di amicizia che lentamente ma quotidianamente cresceva in noi e tra di noi. Né il duro addestramento quotidiano: in "40" le cose si facevano seriamente e duramente. Anche pulire le camerate.
Alcuni commilitoni di altri reparti ci chiamavano " i convinti" , credo forse più per invidia che per reale disprezzo; ma quando al rompete le righe dopo l'alza bandiera l'urlo "quaranta" rimbombava tra le facciate delle casematte di Rivoli, si percepiva negli altri una sorta di ammirazione per noi.
Già, all'inizio potevamo anche essere "i convinti" ma il rispetto ce lo guadagnammo in breve tempo. Noi facevamo il servizio militare, essi la naja. E' una cosa diversa e lo capivano anche loro.
Ed era così anche per coloro che arrivavano freschi di arruolamento. Era il gruppo a farsene carico, senza lasciarli allo sbando. Li integrava in quel misto di dignità, onore e fierezza ma senza boria né superbia.
E i nuovi "amici" capivano ben presto e altrettanto in fretta si dimostravano capaci di raccogliere il testimone per trasmettere il messaggio a loro volta ai futuri nuovi "quarantini".

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