Giuseppe Bocchetta - mi battevo contro il Colonnello Rolf Withoff...

Non vi angustierò con le storie del Colonnello Rolf Withoff della D.D.R., avevo dai 16 ai 22 anni e quando il gruppo sportivo Fiamme Oro mi propose di arruolarmi volontario nel corpo della Polizzia Stradale, con la promessa di destinarmi appunto al gruppo sportivo, reparto motociclismo fuoristrada, considerai il rischio di passare il servizio militare guidando una Moto Guzzi Falcone, color verde militare, con la paletta a dirigere il traffico. Rinunciai, sperando in una esenzione dal militare, sarò sincero, sono partito per la naja tutt’altro che volentieri, o almeno in un incarico più gratificante. Destino beffardo o abilità del reclutatore, nel mio fascicolo personale alla voce sport praticati risultava, cerchiato in rosso motociclismo fuoristrada, mi ritrovai qualche anno dopo a Rivoli, incarico 48, motociclista, mezzo in dotazione: Moto Guzzi Falcone, color verde militare e paletta per dirigere il traffico!
 
Raccoglievo una difficile eredità, il mio predecessore, che non ho conosciuto, si era distinto per le sue disavventure: tamponava l’AR del Ten. Scarcella, pare perché distratto dal passaggio di una avvenente fanciulla, ne aveva buoni e validi motivi, ma poteva frenare prima, in un campo all’estero chiedeva al M.llo Di Rienzo due sacchi neri dell’immondizia, doveva passare un guado per entrare al campo e temeva di bagnarsi i piedi, legittima preoccupazione, peccato che a metà del guado, pur con i piedi calzati nei sacchi, cadeva rovinosamente in acqua e dovevano recuperare lui, con i sacchi che si erano riempiti di acqua, e la moto. Insomma al primo impatto con la vita attiva della Batteria mi sono sentito guardato come il mio predecessore, per giunta alla prima uscita in Val di Susa, al primo spostamento della Batteria, l’ufficiale che raccoglieva le frecce indicanti la direzione le raccoglieva tutte, io al primo incrocio con il 50% di probabilità azzeccai proprio la direzione sbagliata, quindi avanti e indietro per la statale, ma la 40A era sparita. Fermo all’incrocio per Condove, finalmente arriva l’AR con il S. M. Vuono, lo seguo e ritrovo così la Batteria: ho capito che il motociclista non gode di molta considerazione, che ci sia o meno poco importa, la batteria funziona ugualmente.
 
Comunque in quella prima uscita non ero caduto, non avevo tamponato il Ten. Scarcella, ne altri ufficiali, sottufficiali, graduati e truppa, se pur disperso, non mi ero dato alla macchia, o peggio disertore, ma alla fine rientravo al mio posto (in tempo per il rancio). Le uscite successive mi vedevano quindi presente con il mio Falcone, un casco, per me stretto, un gran freddo, era il Novembre 1976, nello stesso periodo, poco prima o poco dopo in Batteria arrivava un Sottotenente, non di leva, ma di carriera, fresco fresco dall’ accademia, che assumeva il comando del nucleo R, di cui anch’io facevo parte: Giorgio Battisti.
Da li a poco il clima rigido sconsigliava l’impiego della moto, tuttavia non mancavo mai alle uscite nella Difesa Vicina.
Al campo invernale, a Febbraio, già caporale, per non so quali meriti, partecipavo portando l’MG infilato di traverso nello zaino, cominciava la vera vita in 40a. 
 
Leggendo la “Batteria Invisibile” di Zaffaroni, mi viene da pensare che passano gli anni e le persone, cambiano i luoghi, ma lo spirito che emana dalla Batteria rimane immutato; mi domando quali siano i meccanismi che muovono una mamma in Danimarca, una grande Vichinga, circondata da un nugolo di bimbi biondo cenere, e una mamma di Usseglio, meno corpulenta, che gestiva una trattoria: la prima si faceva premura di portare a quei ragazzi la torta di mele, così come tutte le altre donne del villaggio, la seconda, dopo che il venerdì e il sabato sera eravamo stati a cena, alla domenica domandava perché chiedevamo solo un panino e una birra, alla risposta che avevamo pochi soldi, prendeva una tovaglia quadretti bianchi e rossi, apparecchiava la tavola e ci faceva accomodare, servendoci dall’antipasto al caffè e grappino, senza chiedere una lira.
 
E che dire dell’inventiva, tutta Italiana, di chiedere al vichingo, marito e padre di mamma e bimbi biondi, di poter nascondere la Batteria nei capanni e nei fienili, inventiva del tutto simile a quella di un gruppo di congedanti, spediti a fare gli attivatori, con il compito di attaccare, sorprendendolo, l’accampamento; partiti in setto o otto un bel mattino di Agosto, a piedi e armati fino ai denti, si avviavano sulla strada dell’alta Val Maira, in direzione Acceglio, facile immaginare la provenienza dell’attacco, ma ecco sbucare da una curva il furgone del lattaio che arrivava da Acceglio, un caporale degli attivatori si para in mezzo alla strada armato di FAL, il lattaio, forse più curioso che intimidito, si ferma per capire cosa stanno facendo questi soggetti, quanto meno pittoreschi: chi scrive, armato di Garand, con un telo mimetico infilato a mo’ di poncho, la stupida al contrario e due nastri di colpi a salve di MG incrociati a tracolla, voleva sembrare più a un guerrigliero sud americano che a un Caporalmaggiore dell’Artiglieria da Montagna, se mi prendeva Baudissard non finivo a Peschiera ma prendevo tanta riga da andare anch’io in Danimarca a ottobre, forse era quello che inconsciamente cercavo, il tema era un attacco alla Batteria da parte di forze nemiche non meglio descritte, quindi non ero poi molto fuori tema. In modo garbato e gentile il caporale, che aveva colto al volo l’occasione a agito di sua completa iniziativa, chiedeva al lattaio un passaggio fino a valle del campo, in quattro salivano nel furgone e passavano non visti davanti al campo scendendo qualche curva dopo, il resto dei guerriglieri iniziava quindi l’attacco dal lato a monte, impegnando i difensori da quella parte, il gruppo del lattaio interveniva successivamente dal lato a valle sorprendendo i difensori. 
 
Il Generale Battisti ricorda di Attila, il mitico carro comando, che spesso arrivava in posizione al traino, mi chiedo quanto Attila avrà continuato il suo onorato servizio con il carburatore legato da me con il filo di ferro, il conducente di Attila era tale Bertolacci mi sembra, un ragazzone alto due metri da Domodossola, questo lo ricordo, riparazione provvisoria, che durava ancora dopo il mio congedo quando passando da Rivoli non mancavo di fermarmi in visita alla 40a.
 
La specializzazione di “carburatorista” me la ero guadagnata in Inghilterra o meglio in Galles, dove partecipavo alla continuativa Ardent Ground ‘77, per acclamazione a furor di popolo. Durante il briefing precedente la partenza, quando il Cap. Baudisssard spiegava le modalità dell’esercitazione, tutti ascoltavano in rispettoso silenzio, intervenendo solo se richiesti e in modo composto, ma quando il capitano diceva che, considerato l’impegno dell’operazione il motociclista era meglio non portarlo un coro sguaiato di reclami e lamentele, in stile tutt’altro che composto e formale, si levava da tutti i militari di ogni ordine e grado presenti a favore della partecipazione del “magiur”, il capitano sopraffatto dalla rivolta si rivolgeva a me chiedendomi se me la sentivo ……….? Ripensandoci oggi credo che la vecchia volpe doveva aver architettato tutta la messa in scena, complice Battisti, che ora ricordo essere uno di quelli che più si distingueva per vociare come capopopolo, per indurmi a partire volontario. Ne sapeva una più del diavolo il Capitano, come quando, scoperto che sapevo “leggere e scrivere”, per non mandarmi al corso sci, da dove sapeva sarei tornato solo a stagione sciistica finita, mi aveva fatto trovare il soffio al cuore. Ma torniamo al carburatore, dunque trasferiti dal campo in Inghilterra fino in Galles, ad un certo punto il mio Falcone non ne vuole più sapere di andare ne avanti ne indietro, quasi animato dallo spirito del mulo. Fermo sul ciglio della strada mi si accosta l’AR di Battisti, allora Tenente e comandante del nucleo R, mi chiede cosa non va, il carburatore, rispondo io, ora lo smonto, ho in una pinza ruggine e un cacciavite storto, ma dovrei riuscire, quando mi battevo contro il colonnello ecc. ecc. ne ho passate di peggio. Piove, tanto per cambiare, chiedo un telo mimetico e lo tendo tra il manubrio della moto, la sella e due paletti tagliati da un arbusto, intanto per radio comunicano a “three nine” la mia situazione, la risposta di Baudissard suona come una condanna:
“La Batteria non può fermarsi per il motociclista, lasciatelo al suo destino!”
Nell’AR dei ricognitori scende un gelido silenzio: il magiur viene abbandonato. Il pensiero va ai momenti lieti trascorsi insieme, alle fatiche condivise, alle difficoltà superate, ma questa volta non esiste alternativa. “Tenente” riprendo io, “Con una radio, una mappa e una carta stradale dell’Inghilterra, se riparo la moto, o vi ritrovo qui o ci vediamo al campo in Inghilterra, chiederò all’ufficiale che chiude la colonna di lasciare le paline con lefrecce direzionali, se riparte la moto le recupero io e vi ritrovo, ora andate, non preoccupatevi per me.” Mi danno le carte, di radio non se ne parla neanche, e se ne vanno, passa tutta la Batteria, fermo l’ultima AR, al Sottotenente, non ricordo il nome, mi sembra Manfrin o qualcosa di simile, comunque di origine veneta,( gli sarei grato se me lo ricordasse, sempre che sia arrivato a leggere fin qui), chiedo di lasciare le paline con le frecce, penserò io a recuperarle, “Buona fortuna magiur” mi salutano andandosene, tutta la Batteria ormai sa che rimango solo.
 
Sfila tutta la Force Artillery, il motociclista tedesco passando, mi guarda, io lo guardo, ha un Ercules 125 da fuoristrada, avessi la mia SWM di quando mi battevo contro il colonnello …. ecc. ecc., penso guardandolo con invidia mista a rimpianto, lui, mosso a compassione accelera, raggiunge un carro, parlotta e ritorna con una lattina di birra; “Danke schoen, auf wiedersehen” e i tedeschi se ne vanno, un carro americano rallenta, mi lanciano un pacchetto di sigarette, dai belgi una tavoletta di cioccolato …. ? Ma … vuoi vedere che dietro a questo esercito in ripiegamento incalzano le truppe nemiche? Come mai tutte queste premure? Che sia proprio io l’ultimo baluardo dell’Alleanza Atlantica a sostenere l’urto del nemico? E con cosa combatto? Ho il FAL, per i colpi a salve, ma senza cartucce, e se arrivano cosa faccio? Ecco perché Baudissard quando ti affibbia un incarico ti chiede sempre “Tiravi i sassi da piccolo?” Devo prenderli a sassate!, ma qui non ci sono sassi, solo prati! Assorto in questi pensieri continuo a smontare il carburatore, con un occhio verso la strada da cui mi aspettavo di veder arrivare il nemico, arriva invece il Colonnello comandante il Gruppo Pinerolo, si ferma e si complimenta “Bravo, ti sei mimetizzato!”. Non oso smentirlo spiegando che il telo è per la pioggia, saluto sull’attenti “Comandi!” e il Colonnello se ne va.
Continuo la mia tentata riparazione, il carburatore è pieno di una morchia marrone / rossiccia con un filo d’erba pulisco i getti, vuoto la lattina di birra, ne faccio un bicchiere, tolgo il rubinetto del serbatoio con relativo filtro e faccio uscire benzina e porcheria, tappo con un dito li foro del rubinetto e riverso delicatamente la benzina nel serbatoio, butto via la morchia sul fondo della lattina, ripeto l’operazione più volte, il serbatoio è abbastanza pulito, rimonto il tutto, ha smesso di piovere, scalcio sulla pedivella e il Falcone mi risponde con un rassicurante “Tu tu tummm”.
 
Non aspetto il nemico, la batteria ha bisogno di me, riparto e ad ogni incrocio trovo una palina con freccia gialla, la raccolgo e la infilo nel cinturone, speriamo non siano tante, se no dove le metto?
Dopo pochi km una freccia mi manda in un prato, si è alzata la nebbia, vedo poco, qua e là ci sono dei grossi cespugli ……? No! Non sono cespugli, sono le AR mimetizzate, all’udire il rumore del Falcone si leva un grido: “il magiur è tornato!”, un timido applauso, “Tornate al riparo e silenzio!” Tuona il Cap. Scarcella, anche questa volta l’ho fatta franca!
Le mie performance con la moto invogliavano a provare l’ebbrezza del vento sul viso, ho portato sul sellino posteriore alcuni sotto tenenti, un tenente, due capitani e un maggiore. 
 
Ho portato anche un futuro generale: Giorgio Battisti, comandante del nucleo R, il mio comandante, incautamente mi chiedeva, ma era un ordine, di portarlo in cima ad una collinetta, saliva sul sellino posteriore e io partivo, l’erba era bagnata e viscida, le gomme stradali del Falcone rischiavano di slittare, non saremmo mai arrivati in cima, che brutta figura rinunciare, o peggio: un brillante tenente e un caporalmaggiore, con un brillante passato da motociclista, che spingevano il Falcone su per la salita, con il tenente che si imbrattava tutto di fango lanciato dalla ruota posteriore ….. no, no! Non se ne parla! Accelero tutto quello che posso, il falcone prende slancio e velocità, ma il prato non è proprio il green da golf, è pieno di buche e avvallamenti, Battisti si tiene al mio cinturone con una mano, con l’altra si calca in testa la stupida per non che voli via, “Magiur, magiur, vai piano!” poteva essere un ordine, ma io ho trasgredito continuando la corsa su per la salita, l’erba era verde, di un bel verde brillante, un tappeto uniforme e compatto dove non si distinguevano buche, avvallamenti e dossi, e proprio un dosso non visto lanciava il Falcone con sopra Battisti e me a librarsi in volo, come falcone appunto, brevi attimi in cui rivedi tutta la tua vita, devi decidere cosa fare!?! Meno male che il volo, anche se sembrato eterno, è stato breve e non ho avuto il tempo di decidere nulla, sono rimasto aggrappato al manubrio, con Battisti aggrappato al cinturone, non so se teneva ancora la stupida con l’altra mano, non mi sono voltato a guardare, comunque l’atterraggio è riuscito, non per miei meriti ma per ….. (fa rima con mulo).
Arrivammo indenni in cima alla collina, Battisti non perse la stupida, continuò la sua brillante carriera e divenne Generale, il ritorno in discesa fu molto più tranquillo.
 
Qualche giorno dopo, il giovedì, l’ultimo della continuativa iniziata il lunedì, all’alba il Cap. Scarcella tentava la stessa incauta azione di salire in moto, c’era abbastanza luce, gli automezzi avevano già spento le luci di guerra, io non le avevo, quindi non accendevo niente, ma proprio niente, quando lasciavo la strada asfaltata spegnevo tutto e guidavo seguendo il lumicino rosso di un mezzo che mi precedeva, o con il metodo Braille (non avevo raccomandazioni, ma di certo Santi in Paradiso); dunque Scarcella mi intima di portarlo …….. “Andiamo da quella parte che poi quando saremo vicini vedremo”, Andiamo, non c’erano salite ripide da superare quindi non correvamo grossi rischi, la colonna dei mezzi era ferma dietro di noi in attesa di ordini, arriviamo ….. là ….. (il motociclista non sa mai bene dove), Scarcella smonta e mi manda indietro a chiamare la Batteria, ritorno alla colonna ferma, non c’era tempo da perdere, appena in vista faccio cenno al primo automezzo di seguirmi, ma questo non si muove, vado più vicino, mi tolgo un guanto, e con due dita in bocca fischio, nulla vado a bussare al finestrino lato guida, l’autista dormiva appoggiato al vetro, si sveglia, accende il motore e mi segue, mi giro e vedo che è il solo a seguirmi, tutti gli altri sono fermi, torno indietro e scopro che dormono tutti, ma proprio tutti: autisti, capi macchina e passeggeri. Dalle 03,00 del lunedì eravamo in piedi, si era al giovedì mattina ed ogni pausa era utile per chiudere gli occhi. Percorro tutta la colonna dal primo all’ultimo automezzo bussando ai finestrini, faccio accendere i motori, ripercorro la colonna in senso inverso ribussando e risvegliando chi si era riaddormentato (gli autisti, tutti gli altri comunque dormivano), mi sentivo come un cane da pastore che morde le sua pecore nei calcagni, allora ho capito a cosa serve il motociclista, peccato che avevo solo il Falcone, pesante e da strada, ma lui, il falcone, non lo sapeva e fuori strada ci andava lo stesso. Tempo dopo scoprivo che al comando Brigata a Torino, un mio collega motociclista, certo raccomandato, disponeva di uno Stornello della Moto Guzzi, da fuori strada, con parafanghi e scarico rialzato, ma oramai la mia parte l’avevo fatta.
 
Avrei, come tutti, tanti altri episodi, ma ho abusato abbastanza della benevolenza di quei pochi, che ringrazio, di aver letto fin qui, spero di incontrarmi, anche se sarà difficile riconoscerci (se scrivessimo il nome sulla felpa blu?), con chi ha condiviso con me queste esperienze indimenticabili, non solo perché allora avevamo vent’anni, mi piacerebbe scoprire con voi perché, cosa scatta, quale meccanismo, quale spirito emana dalla 40A Batteria!
 
A presto!
 
Caporalmaggiore Giuseppe Bocchetta.
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