Storie da AUC

 

Era lunedì 21 aprile 1975, esattamente 45 anni fa, anche se ora lunedì cade il 20, ma cosa è un giorno di calendario di diversità su quasi mezzo secolo? Sarebbe stato, come avrei scoperto un anno dopo quando feci sparare la mia 21ma batteria del Gruppo Vicenza su nelle valli del Tirolo, tirare su un obiettivo a 8.200 metri e sbagliarlo di 50 centimetri: non calcolabile! Non ce l’avrebbe fatta Codegone con l’elite della 40ma in giro per il mondo, non i signorini Perego e Mancini a Col Fiorito e neppure lo sten Rossi con Del Bianco a Sauris. Rossi, il nostro generale di Brigata, che a Pontebba guardava con un misto di affetto e di disappunto il cappello super tirato del nostro capostecca Angelo, che lo aveva sagomato come neppure il cappellaio di Alice nel paese delle meraviglie avrebbe saputo fare.

La mia batteria sparò in modo superbo come riconobbe il tenente Lorenzi, un gentiluomo che comandava la 20ma e pure, di mala voglia e con un senso di rancore, il borioso e modesto capitano Bergero che comandava la 19ma e che ritrovai nel 1984 al Pinerolo, durante il mio richiamo. Non ci sopportavamo ma lo evitai fortunatamente perchè venni aggregato alla 40ma a Rivoli. Feci un campo memorabile sull’Adamello col mitico Zaffaroni e conobbi, diventandone amico, il capitano Battisti, che da generale comandò la brigata Taurinense e portò la Nibbio in Afganistan e da generale di Corpo d’Armata  fu terzo nella catena di comando in Afganistan come Capo di Stato Maggiore.

Erano le 11 di quel lontano lunedì ed io stavo camminando spensieratamente per il mercato cittadino della mia Soresina, dopo aver fatto 2 ore di supplenza in un paesino vicino, quando vidi Enzo, mio coscritto con cui avevo fatto i 3 giorni al distretto militare di Piacenza e poi 3 giorni a Torino, per il corso ufficiali. Ci salutiamo e me la butta li: parto il 9 di maggio, sottufficiale.

Prendo la mia inseparabile bici, una Legnano sport con tre cambi, che quando i miei genitori me la regalarono alla promozione della terza media mi sembrò di toccare il cielo con un dito e via a casa; prendo il telefono, chiamo l’ufficio reclute di Cremona e parlo con un maresciallo dalla voce affabile. Desidera? Mi chiamo Ernesto Pala e vorrei avere informazioni sulla mia domanda da ufficiale. Leggera esitazione e la voce, cambiando di tono, fa: dove è lei adesso? A casa, rispondo sereno. La voce diventa stridula, la stessa identica impostazione che qualche mese dopo sentii a Foligno mentre, dopo aver fatto la prima puntura ed essere stati invitati a non andare a letto, stavamo giocherellando a pallacanestro nel campetto della caserma. Si avvicinò un sergente, ci chiese cosa stavamo facendo e con la stessa voce ci mandò a prendere le forbici per tagliare l’erba attorno al campetto. Con le forbici! Alla seconda puntura andammo tutti a letto.

Come a casa, dice il maresciallo sempre più alterato, lei doveva presentarsi ieri a Foligno, alla Sausa. Vada immediatamente dai carabinieri.

Prendo la bici e via di gran carriera e intanto mi domando: Foligno? E dove caspita è? Sausa? E cosa cacchio significa?

Entro in caserma spiego il fatto, mi fanno parlare col maresciallo e si scopre l’arcano: il venerdì mattina un appuntato era venuto a casa mia ma non c’era nessuno perché avevamo ricoverato mio padre a Cremona. Premesso che vivevo in un cortile con una mezza dozzina di famiglie e c’era pure il retro di un’osteria con due giochi di bocce, l’aquilotto né aveva lasciato né aveva detto nulla a nessuno e se ne era andato. Il maresciallo gentile prende quel bellissimo libretto giallo con gli orari e le coincidenze dei treni, ne avremmo avuto tutti almeno uno nei mesi successivi e controlla con me quello che mi sembrò un viaggio infernale: partenza alle 9 da Soresina per Cremona, cambio di treno con coincidenza per Fidenza, cambio e coincidenza per Piacenza, cambio e coincidenza per Bologna, poi per Firenze, poi Terontola ed arrivo a Foligno. Fatto; lui spedisce un fonogramma per informare che arrivo martedì sera ed io, inforcata la bicicletta e un po' confuso me ne torno a casa.

Pomeriggio caotico: parrucchiere, ma non sarebbe servito a nulla, corsa in macchina con la mamma a salutare il papà tra lacrime e sorrisi, saluto agli amici, pizza con Rosella che ancora oggi non si è stancata di sopportarmi, notte agitatissima e la mattina pronto a partire. Viaggio interminabile con le insidie delle coincidenze da non perdere, ma mi sento compreso nella mia parte; da noi si diceva che un ragazzo che ha occhio, una buona gamba e sa come muoversi, è spigliato e non ha paura a chiedere informazioni  arriva comodo comodo a Roma. E io, mi dico, sono sveglio e devo andare solo a Foligno, mica a Roma, che avrei visto per la prima volta quattro mesi dopo. Perché ci  andai a Roma, con una decina di baldi commilitoni, il tenente Fiorini ed un obice che avevamo ridipinto tutto a nuovo per una manifestazione, tutto meno che un pezzo della coda e fu una avventura memorabile. Partimmo a metà mattina col comandante Fiorini, l’obice smontato e caricato come da libretta sulle AR, sosta per strada in una trattoria per uno spuntino con bruschette, prosciutto, vinello bianco e fresco e via di nuovo. Dopo 10 minuti Fiorini mi fa: Pala. Comandi. Allievo, io faccio un sonnellino, faccia il capo macchina. Signorsì: ma come faccio, mi dico, a fare il capomacchina seduto sulla panchetta laterale posteriore? Mah, però ebbi conferma di come funzionava il gioco: rispondere subito signorsì, capire il senso dell’ordine e eseguire, il tutto possibilmente in poche frazioni di secondo e via, senza problemi. La sera, dopo un passaggio nelle scuderie della caserma a vedere quegli stupendi purosangue coccolati come dei bambini ma che con i nostri superbi muli sarebbero sopravvissuti al massimo una settimana, tutti a passeggiare per il centro di Roma. Neppure il tempo di buttare la monetina nella fontana di Trevi ed eccola lì che spunta la ronda: non gli sembrava vero di fare il contropelo ad una dozzina di spavaldi galletti con una penna lunga una spanna! Ritorno in caserma a dormire il sonno del giusto e la mattina dopo eccoci là, belli come il sole, con il nostro fidato obice a vedere i caroselli e le cariche dei carabinieri a cavallo, in attesa del nostro turno e far vedere di che pasta eravamo fatti noi, dell’artiglieria da montagna. Dovevamo dimostrare a Idi Amin Dada, presidente dell’Uganda in gita per acquisti, la versatilità del nostro 105/14 ed eravamo tutti schierati, ma noi miopi, compreso Fiorini, rigorosamente senza occhiali perché si sa che il milite italiano è perfetto, peccato che anche il comandante non ci vedeva un acca. Per fortuna che al suo fianco c’era la vedetta Cavagna che ci aggiornava sugli spostamenti, lui che godeva del nostro indiscusso rispetto per la sua notevole resistenza e per via dei suoi rutti polifemici. Dov’è? Sta arrivando. Come è? Brutto brutto. In che senso? Nel senso che è bruttissimo. Ma come? Sembra un gorilla. Ma dai, un gorilla? Si si, per me mangia i bambini.  Allievo guardi che la punisco! Ma li mangia veramente! Va beh, ora seri e facciamogli vedere come smontiamo il nostro gioiello. Capopezzo. Signorsi. Gli facciamo vedere anche  come si carica sulle AR? Signornò gli rispondo, una delle macchine, che avevamo lasciato dietro una siepe, ha problemi di carburazione e fa fatica a mettersi in moto. Va bene allievi, allora solo smontare e mi raccomando, facciamo bella figura. Arriva, attenti, con un modesto inglese ma una perfetta mimica gestuale gli viene spiegato tutto. Azione, siamo una macchina da guerra, un orologio svizzero, non una sbavatura, record di tempo, battiti del cuore a mille ma non un filo di sudore o uno di noi col fiatone. Eravamo tutti radiosi come gli eroi greci dell’Iliade, Idi Amin sorride, parte un piccolo applauso e Fiorini prontamente: ora possiamo anche caricare i pezzi sulle AR. Incredibile, non è possibile! Lo dice veramente e Amin fa di si col capo. Cenno di Fiorini con la mano e naturalmente la AR non parte; ma parte una imprecazione, piccola piccola  e sottovoce o forse l’ho sentita solo io, nella mia mente.

Arrivai a Foligno martedì 22 alle 18,30  con una camicia a quadri, maglione rosso col collo a v, jeans, giubbotto double face, una borsa da ginnastica rossa con i cambi di biancheria ed un paio di scarpe color cuoio, con un po' di tacco come usavano i fighetti di provincia. Telefono subito a mia madre e a Rosella, mangio un panino in stazione e mi incammino per quel lunghissimo viale che portava alla caserma ma quando arrivo rimango a bocca aperta: cambio della guardia, montano gli Alpini! Gli alpini? Ma allora va tutto bene, io ho fatto domanda per andare negli alpini! Finisce il passaggio delle consegne, entro nell’androne e mi si presenta il capoposto. Sicuro di se, bello nella sua tenuta verde con i calzettoni di lana al ginocchio e gli scarponi lucidissimi, un cappello tirato con una penna sagomata.  Aveva una barba nera ben curata che mi piacque molto e appena potei me la feci crescere uguale; non l’ho più tagliata e ce l’ho ancora anche se adesso è completamente bianca ma quella fu per me una ispirazione. Mi si avvicina e mi dice: dove vai? Entro in caserma, devo presentarmi per questa sera. Appunto, mi dice, entro questa sera per cui vai e torna più tardi. Vai a spasso e poi vai a cena, perché quando entri poi da qui non esci più. Ho già mangiato un panino e non saprei dove andare. Vai da Mario, si mangia bene, si paga poco ed è un posto alla  mano. Chiedi che tutti sanno dov’è e fu così che conobbi Mario e ci tornai moltissime volte nei sei mesi successivi, quasi sempre con i compagni ma molte volte da solo; mi faceva sorridere, con quegli occhi storti e spesso gli confidavo i miei problemi. Una sera di giugno mi vide particolarmente giù di morale, mi chiese perché e gli risposi che ero  molto preoccupato perché il mio papà era stato ricoverato di nuovo e sembrava non ci fosse nulla di buono. La mattina dopo, nell’intervallo delle lezioni, si presenta il sergente Marani e mi dice: a rapporto da Fiorini. Attraverso di corsa il cortile, faccio i gradini a due a due, busso, mi schiaffo sull’attenti e mi presento. Riposo, allievo, va tutto bene? Signorsì, signor tenente. Allievo, è sicuro che vada tutto bene? Signorsì, signor tenente. Mi hanno detto che il suo papà sta poco bene, cosa succede? Mi si velarono gli occhi e gli dissi che avevano il sospetto che avesse un tumore ai polmoni. Mi faccia sapere se le serve qualcosa e ora torni alle lezioni. Mio padre venne operato a novembre, io tornai da Brunico in licenza per gravi motivi familiari il giorno prima e mi presentai direttamente in ospedale facendo una sorpresa a lui e a mia madre. Era la prima volta che mi vedevano con le stellette da ufficiale e rimasero a bocca aperta, guardandomi con orgoglio e felicità; l’operazione non servì a nulla. Dopo tre anni tornai a Foligno con mia moglie e andammo a mangiare da Mario: era sempre lo stesso, allegro, scanzonato e strabico e mi chiese di mio padre.

Alle 21,30, finita la cena mi ripresento in caserma e mi ritrovo il capoposto che mi guarda torvo e mi caccia dicendomi di tornare il più tardi possibile. Ma come faccio a saper quando è il più tardi possibile? Semplice, dice lui, quando tutti i militari che vedi per strada si incamminano verso la caserma! Mi rimetto a girare spaesato, un freddo becco, le orecchie che si staccano, entro in un bar, mi siedo e bevo una grappa ma il tempo non passa.  La barista mi guarda con aria perplessa, ci penso un attimo e me ne faccio portare un’altra ma ecco che il destino mi manda un altro segnale: mentre me la sta portando il bicchierino scivola dal vassoio e cade a terra. Avrei passato sei mesi con un dirimpettaio in camerata, tale De Cecco da Bassano del Grappa, che ogni volta che tornava dalla licenza si portava due bottiglie di Nardini e una la bevevamo in allegria. L’altra la metteva nell’armadietto e ogni volta che lo apriva faceva cadere la bottiglia che regolarmente si rompeva tra le imprecazioni di tutti noi e lo sguardo fiammeggiante di Giampietro Bello. Bello, capostecca della grappa, che quando facemmo il passaggio delle stecche, in piedi in mutande su tre sgabelli battè il pistro di ben tre bicchieri di grappa di differenza, rischiando il coma etilico, visto che ancora adesso non ricorda nulla di quella memorabile serata.

Finalmente arriva il momento, mi incammino infreddolito, mani in tasca, borsa sotto il braccio, naso ghiacciato, bavero sollevato a coprire due orecchie che cercano di staccarsi ad ogni passo e mi trovo a passare davanti ad un soldato, in una garitta, che in modo marziale saluta tutti i militari che entrano e che ricambiano il saluto svogliatamente. Non faccio due passi nell’androne che mi trovo davanti il sottufficiale di ispezione che apostrofandomi in modo colorito mi domanda perché non ho salutato la sentinella. Con le mani rigorosamente in tasca mi guardo attorno, lo guardo con lo stesso fare di Fonzie e dico: la sentinella? Stesso tono, le vene che gli si gonfiano e mi fa: di che batteria sei? Batteria, dico sconcertato e con fare interrogativo, quale batteria? Come, quale batteria, mi prendi per il culo? Quando sei arrivato? Adesso, rispondo impaurito, adesso. Non sa se ridere o incazzarsi ma prevale il buon senso e dice: e dove vai a dormire? E che ne so, rispondo. Va bene ci penso io e passai la mia prima notte in caserma sulla branda della cpr!

Alla mattina vengo svegliato da una frenetica confusione di militari che vanno e che vengono e dopo un tempo che mi pare infinito vengo portato al primo piano, nell’ufficio di un ufficiale dove mi ritrovo con due bischeri come me; uno piccolino, nero di capelli, con gli occhiali, i denti superiori un po' sporgenti ma dall’aspetto gentile e l’altro completamente diverso, dall’aspetto poco rassicurante, capelli rossi e naso importante, dal fare tipico del milanese” tranquilli che adesso ci sono io”.

Sbrigate le presentazioni l’ufficiale dice al piccoletto: lei va in artiglieria da montagna. Ride il piccoletto, come se avesse coronato un sogno irrealizzabile, il piccolo Roberto Nava, non l’unico tra gli amici, ma il solo della nostra batteria, ad averci già lasciato. Venni a darti l’ultimo saluto e diedi ai tuoi cari il cartoncino con ciò che scrissi a nome della batteria ma che non ebbi la forza di leggere,  “ora te ne sei andato… per primo… ma con te hai portato un poco di tutti noi, non dimenticarti di salutare Ulpiano e quella banda di vecchi amici pelosi e dalle orecchie lunghe con cui condividevamo i nostri sogni in quelle interminabili notti di guardia muli. E smetti di togliere il grasso dall’obice di De Cecco, che non ne avrà a male”

Poi l’ufficiale, prendendomi alla sprovvista, si rivolge a me e mi domanda se voglio andare anche io in artiglieria da montagna: perché me lo domanda, penso? E’ una trappola? Il mio amico Claudio alpino a Paluzza mi aveva detto che chiesero chi ci sapeva fare con il tornio e lui, perito meccanico, alzò la mano: assistente di sanità. E a mio cugino Davide, ragioniere e alpino a Cuneo, chiesero se sapeva scrivere a macchina e lui rispose di si. conducente muli. Forse esito un attimo di troppo e il rosso di pelo alla mia destra mi da una pacca sulla spalla e dice: non avrai paura dei muli, andiamo tutti in artiglieria da montagna! Quella faccia di bronzo, di lui avrei dovuto aver paura, si chiamava anche lui Roberto ma Cavagna di cognome, da Castelmassa, che a fine corso, invece di andare a Silandro a controllare l’abbeverata dei muli, come si sarebbe meritato, andò a fare il dandy a Livorno nei paracadutisti: infingardo!

Ci incamminammo tutti e tre come se fossimo stati una sola cosa, amici da sempre ancor prima di conoscerci, camminando spavaldi come se il colonnato della caserma aspettasse solo noi, pronti ad alzare il sipario ed entrare impettiti sul palcoscenico di una scena dell’Aida dove non c’erano gli elefanti ma si sentiva già nell’ aria quel profondo odore di stallatico che ci avrebbe accompagnato fino alla fine del corso. Perché il corso fini e lo salutammo a metà ottobre, felici e scanzonati perché avevamo una grande avventura da vivere e un’intera vita per raccontarcela.

E fu con questo stato d’animo che entrai, a metà mattina di un lontano mercoledì 23 aprile di esattamente 45 anni fa, nella mia nuova famiglia dove io, figlio unico, trovai non solo tanti amici ma fratelli con cui condividere gioie e speranze e dolori e fatiche, sogni e momenti di vita quotidiana.

E mi presentai fiero alla nostra batteria, orgoglioso all’ora come adesso di essere

l’Allievo Ufficiale    Ernesto Pala         79 Corso AUC   Batteria da Montagna